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25 Giugno 2018

I mosaici di Bi’r el-Qutt, tra le più antiche testimonianze di lingua georgiana

di SIMONE LOMBARDO - CORRADO SCARDIGNO

Sulla spinta del primo monachesimo palestinese, sorto del IV secolo nel deserto di Giuda secondo il modello della laura, durante il V – VI secolo altri monasteri si svilupparono, invece, nella fertile regione intorno a Betlemme come Bi’r el-Qutt, Siyar el-Ghanam, Khirbet el-Juhdum, secondo il modello di vita cenobitico e spesso a vocazione rurale.

Bi’r el-Qutt è una piana a pochi km da Betlemme situato a mezza costa tra un wadi e la sommità della collina di Gebal Abu-Ghunneim, tra i cespugli di mirto e gli alberi d’ulivo. Da lì provengono due tra le più antiche testimonianze in lingua georgiana conosciute al mondo. Si tratta di due grandi frammenti di mosaico recanti iscrizioni in caratteri Asomtavruli databili al V e al VI secolo e sono tra i reperti più interessanti esposti nella nuova sezione “SBF Archaeological Collections” del Terra Sancta Museum e recentemente restaurati dal Mosaic Centre di Jericho.

In questo luogo, tra il 1951-1953 padre Virgilio Corbo scoprì le rovine di un piccolo monastero, identificato con l’antico cenobio georgiano del martire S. Teodoro Tirone (+306). Dai resti archeologici si intuì la particolare pianta quadrata dell’edificio che si sviluppava armonicamente intorno a un cortile centrale, fatto abbastanza unico tra i monasteri in Palestina di epoca bizantina conosciuti. Attualmente sono riconoscibili i contorni della chiesa, della cappella funeraria, della portineria e del refettorio che presenta un interessante pavimento musivo, la cripta e una necropoli con numerosi vani tombali e una grotta-ossuario. Il monastero, costruito in parte con pietre che provenivano dalla demolizione della costantiniana Basilica della Natività di Betlemme,  disponeva, inoltre, di un pressoio per la produzione di vino e di un frantoio per l’olio, in cui sono ancora visibili tra gli arbusti una grossa macina e un grande peso per la spremitura, strutture che insieme alle stalle danno testimonianza della vita agricola del monastero.  Insieme a quattro iscrizioni su mosaico furono trovati molti oggetti legati alla vita quotidiana del monastero: lucerne, piatti, etc.

1) Il più grande mosaico, tra i due esposti nella collezione del Terra Sancta Museum, fu ritrovato nel portico del    grande cortile centrale è in perfetto stato di conservazione. L’iscrizione riporta il nome di Antonio abate (+596), citato nella vita di Santa Marta (madre di Simeone lo stilita al quale Antonio avrebbe donato una reliquia della Croce), superiore di questo monastero. L’altro nome è di un tale Josia (forse l’artista che materialmente fabbricò il mosaico) che si rivolge a Dio tramite l’intercessione di Cristo e S. Teodoro per chiedere pietà per Antonio abate, se stesso e i suoi genitori. Si riporta la trascrizione in georgiano Asomtavruli e georgiano moderno, la traslitterazione e la sua traduzione in italiano:

2) L’altro mosaico fu ritrovato sotto il porticato ovest, ed è un rettangolo diviso in due quadrati da una striscia a intreccio. La scrittura risale a un periodo ancora precedente e reca nelle otto righe una serie di nomi che invocano pietà. Il testo appare incompleto, ma non mutilo; si ipotizza dunque che fosse preceduto da un altro mosaico e da uno conclusivo di cui ci rimangono le ultime lettere (šin. AMEN = abbi pietà. Amen).  L’iscrizione è importante perchè testimonia il nome di un Bakur, utilizzato solo dai membri della casa reale; si ipotizza dunque possa trattarsi dello stesso Bakur il Grande prima di divenire re d’Iberia (come veniva chiamata all’epoca la regione meridionale dell’attuale repubblica caucasica della Georgia), dopo aver servito l’imperatore romano Teodosio in diverse spedizioni militari tanto da ricevere, tra il 382 e il 394, il titolo di dux Palestinae con il compito di vigilarne i confini. Il futuro monarca fu forse anche il fondatore proprio del monastero di Bi’r el-Qutt, che potrebbe essere identificato in maniera discussa con il misterioso monastero dei Lazi, citato in alcuni scritti coevi.

I georgiani, tra i primi popoli a venire cristianizzati, furono una presenza importante nella Palestina dai primi secoli fino al XVI secolo. Il più grande impulso al movimento georgiano venne tuttavia dato da Pietro Iberico, giovane principe della casa regnante d’Iberia, che negli anni trenta del V secolo fuggì da Costantinopoli per recarsi in Terra Santa e qui farsi monaco. Egli divenne vescovo, fondatore di monasteri e una delle grandi personalità della vita ecclesiale dell’epoca. Uno dei mosaici di Bi’r el-Qutt (collezione SBF) reca il nome di Pietro in lingua georgiana, Muravos, insieme a quello di suo padre, Re Buzmir. Il giovane, durante la fuga, forse proprio a S. Teodoro potrebbe essersi nascosto, dove fu presente alcuni anni dopo.

A ribadire l’importanza dei caucasici nella regione, anche a Gerusalemme si trovava un grande monastero georgiano nei pressi della Torre di David, chiamato Convento della Colonna. Oltre un millennio dopo, nel 1551, le autorità ottomane scacciarono i francescani della Custodia dal loro convento sul Monte Sion: i frati si stabilirono nell’antico monastero georgiano, divenuto il convento di San Salvatore e tutt’oggi sede del Custode.

I reperti del Terra Sancta Museum costituiscono così un patrimonio di fondamentale importanza per la storia della Georgia, delle origini del Cristianesimo e dell’intera Terra Santa; il sito archeologico recentemente è stato una tappa per diversi pellegrini provenienti dal Caucaso, curiosi di riscoprire le proprie gloriose origini.

Negli anni 90’ sulla collina sovrastante la piana di Bi’r el-Qutt è stato costruito il popoloso insediamento israeliano di Har Homa, le cui case gialle lambiscono la proprietà francescana che conserva le rovine. Essa rischia di venire completamente inglobata dal centro abitato e perdere completamente la propria fisionomia: quella di Bi’r el-Qutt è un’efficace sintesi delle problematiche di fruizione e di conservazione dei beni storici in Terra Santa, spesso stretti tra le complesse dinamiche politiche e territoriali della Terra Santa.

Selected bibliography

  1. Corbo, Gli scavi di Kh. Siyar el-Ghanam (Campo dei Pastori) e i monasteri dei dintorni, Franciscan Printing Press, Gerusalemme 1955.
  2. Janin, Les Géorgiens à Jérusalem, in “Revue des études byzantines”, No. 98 (1913), p. 32-38.
  3. Khurtsilava, The inscriptions of the Georgian Monastery in B’ir el-Qutt and their chronology, in “Christianity in the Middle East”, No 1 (2017), p. 129-151.