13 Gennaio 2026

L’unita dei Cristiani a Gerusalemme inizia ogni giorno

di CECILIA FRATERNALE
Fra Stéphane durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani a Gerusalemme.

Fra Stéphane Milovitch si trova in Terra Santa da 34 anni. Cinque anni in comunità presso la Basilica della Natività di Betlemme di cui tre in qualità di superiore. È arrivato poi a Gerusalemme dove è stato per tre anni presidente del Santo Sepolcro. Ed è stato per anni nella commissione patriarcale della diocesi di Gerusalemme per il dialogo ecumenico. Nato in Francia, francescano per vocazione, ha spiegato come i suoi anni tra le due città più importanti per la fede cristiana, si sia trovato a convivere e condividere la quotidianità con il resto delle Chiese orientali. «Per dialogare bisogna amare», ha affermato Stephane. Oggi, come presidente del consiglio di amministrazione del della Terra Santa Museum, racconta come questa convivenza, fatta di autentici rapporti di amicizia, sia linfa per la visione del Terra Sancta Museum Art & History, la quale deve ancora aprire.

Quando è arrivato in Terra Santa come frate, quali erano le sue idee o le sue aspettative riguardo all’ecumenismo?

L’ecumenismo per me aveva un significato, anche se prima della Terra Santa avevo incontrato poco le Chiese orientali e solo qualche protestante. In Europa, infatti, i protestanti condividono in gran parte la stessa cultura dei cattolici, pur con differenze teologiche. Così, pur essendo separati, ci somigliamo molto nell’aspetto culturale. A Gerusalemme è stato un piccolo shock: non c’era lingua o cultura comune. In apparenza ho visto delle Chiese che sembravano quasi in lotta!

È stato superiore della Natività di Betlemme e poi del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Cosa ha imparato dagli altri nella quotidianità?

I Frati custodiscono i Luoghi Santi. Gli orientali condividono con noi due luoghi Santi, la Natività e la Basilica del Santo Sepolcro. La Chiesa dei primi secoli – “orientale” ha una teologia molto più legata ad un Cristo vero Dio, vero uomo, ma un Cristo soprattutto nella sua divinità. 

Dal Medioevo, soprattutto con i francescani, l’attenzione nel mondo latino si concentra sempre più sull’umanità di Cristo, la sua sofferenza, la sua fatica, la sua vita quotidiana, cioè un Dio che condivide pienamente la nostra esperienza umana.

Ma il dialogo non è andare ad una conferenza teologica è una quotidianità di scambio. Qui a Gerusalemme, ogni anno ci scambiamo gli auguri con gli orientali durante le rispettive festivita in occasioni che possono sembrare formali ma possono diventare autentici spazi di incontro, di cortesia, di affetto. Vivere nei Luoghi Santi mi ha mostrato un reale clima di accoglienza, come l’invito a insegnare il latino nel seminario greco-ortodosso quest’anno!

Cosa ci dice la città di Gerusalemme sull’ecumenismo?

Gerusalemme non separa i cristiani: la Chiesa nasce alla Pentecoste già complessa e plurale, piena di culture diverse: mandei, greci, ebrei, ecc… Lo Spirito Santo è sceso su questa città e non c’è stata divisione. È solo in seguito, da Efeso a Calcedonia, fino allo scisma del 1054 e alla Riforma del 1517, che una serie di concili e di rotture hanno progressivamente lacerato la Chiesa.

A me piace dire, e penso che sia oggettivo, che oggi a Gerusalemme gente divisa altrove vive insieme. Ho capito che il vero ecumenismo nasce dal dialogo tra identità radicate, come avviene al Santo Sepolcro, dove ogni Chiesa prega nella propria lingua. In passato vedevo in questa diversità un’alterità che rendeva difficile il dialogo, ma in realtà è importante che ognuno sia autentico, perché se ognuno rinuncia a ciò che è, allora il dialogo è falso, limitato alla superficie. Non bisogna quindi aver paura di essere ciò che si è realmente, questo vale per il dialogo ecumenico, ma anche per il dialogo al di fuori della Chiesa, il dialogo interreligioso.

Fra Stéphane con un monaco copto durante le visite alle chiese ortodosse per il Natale.
Fra Stéphane con i suoi studenti di latino del Patriarcato Greco-Ortodosso nel giorno dell’Epifania.

La Chiesa di Gerusalemme è bellissima, è una Chiesa locale ma, allo stesso tempo, profondamente universale: ne fanno parte arabi, ebrei, indiani, filippini, africani, come ai tempi degli apostoli. Per questo Gerusalemme è più di una Chiesa tra le altre: è una vera epifania della Chiesa di Cristo. 

È entrato a far parte della commissione della diocesi di Gerusalemme per il dialogo ecumenico. In che modo il tuo carisma francescano ti aiuta?

Nel dialogo ecumenico non devo cercare quello che pretendo di trovare. L’atteggiamento giusto è accogliere ciò che incontro, valorizzarlo e scoprire in esso il nucleo comune, che è molto più grande di quanto pensiamo. L’ecumenismo richiede questa umiltà: godere di ciò che si trova davvero, non di ciò che si pretende. 

Il carisma francescano aiuta in questo cammino perché abitua a vivere l’universalità della Chiesa. Comunità come quella di Gerusalemme -con frati di Paesi e tradizioni molto diverse- imparano a dialogare e vivere insieme, accogliendo l’alterità senza paura.

In seguito, è nato il progetto del Terra Sancta Museum e hai assunto la presidenza del Consiglio di Amministrazione a nome della Custodia: come vive questa apertura ecumenica in questo progetto?

Pur partendo da un patrimonio prevalentemente latino, si intende valorizzare anche opere appartenenti ad altre tradizioni ecclesiali. Vorremmo in futuro avviare scambi con altre comunità, prestando e accogliendo opere tramite mostre temporanee: per noi sarebbe molto importante. 

Come dicevo prima, c’è una Chiesa locale e una universale ed e esattamente cosi che abbiamo pensato di dividere le sezioni del Terra Sancta Museum Art & History. La Chiesa locale qua e ricca di icone, ricca di artisti ed iconografi locali, motivo per cui ci sarà una sezione proprio dedicata ad esse. L’altra parte sarà dedicata ai doni delle Monarchie e dei paesi esteri alla Custodia di Terra Santa, rappresentando la Chiesa universale. Questa e il progetto: essere piu di un semplice museo, ma piuttosto costruire uno spazio di incontro e conoscenza autentica delle variegate facce della Chiesa qui presente, attraverso l’arte. Così e come e nata la mia amicizia con alcune persone della ortodossa o armena che lavorano, come me, nel campo dell’arte. È importante camminare insieme per poterci arricchire a vicenda.

Il titolo della Settimana per l’Unità 2026 ci parla di speranza. Molti oggi sostengono che questo dialogo sia inutile, che le differenze sono troppe. Cosa risponde loro?

È necessario coltivare la speranza e la responsabilità di costruire la comunione, prima di tutto all’interno della stessa Chiesa latina e delle comunità locali. La vera unità non nasce solo dal dialogo “verso l’esterno”, ma soprattutto da una comunione vissuta “all’interno” delle relazioni quotidiane. Spesso, però, il desiderio di comunione è falsato dall’atteggiamento di chi spera che l’altro diventi come sé. La comunione autentica richiede umiltà.

Fra Stéphane con il vescovo della comunità siriaca.

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