Restaurare per amore: un cammino tra Francia, Italia e Terra Santa
Come è iniziato il vostro percorso di restauro?
Mio marito Denis Kleiser non era restauratore come me, ma insegnante di lavori manuali e talentuoso disegnatore e acquarellista. Per questo, nonostante le diverse formazioni, riesce ad aiutarmi nel processo di restauro.
Ci siamo conosciuti in Alsazia dopo la mia scuola di restauro in Italia, e da allora non ci siamo più lasciati. Dopo qualche esperienza nel restauro,nel 1989 la mia vita professionale ha avuto una svolta: ho iniziato a lavorare nella pedagogia Waldorf e a studiare etnologia, arte, fotografia e documentario.
Sono stata in vari posti, come il Marocco, per inchieste nell’ambito della etnografia e ho messo da parte un po’ l’arte del restauro. Come si dice in italiano, “impara l’arte e mettila da parte”.
Mi sono chiesta più volte perché mai non avessi potuto accontentarmi della mia formazione iniziale di restauratrice e mi fossi buttata in studi e esperienze sempre nuove.
C’è stata come un’ispirazione, una spinta: un tentativo di riparare, un volersi prendere cura, prima dell’arte e poi dei bambini attraverso la pedagogia. Probabilmente deriva dall’inconscio della mia infanzia,c’è una dimensione intima che non è solo chronos, tempo della vita. Forse è da qui che nasce tutto: il desiderio di proteggere, ascoltare e testimoniare qualcosa che resta, nella sua essenza, indecifrabile.
Ed è anche ciò che mi lega all’etnologia: andare incontro agli altri, conoscere, ascoltare e cercare di comprendere visioni diverse dello stare al mondo, soprattutto quelle dei popoli autoctoni in via di scomparsa.
Come siete approdati in Terra Santa come restauratori?
Per tentare di risponderti, guardando alle improbabili e misteriose traiettorie -celesti e terrestri- che ci hanno condotto fin qui, direi per amore. Si, per amore abbiamo seguito le orme di nostra figlia, che ora vive qua da anni. Nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno parte della nostra vita si sarebbe svolta in Israele. Era per noi una meta di viaggio assolutamente impensabile.
Invece c’era proprio lì, su quel pezzettino di terra dilaniato da un’infinità di guerre, compreso quelle sante, che il destino, la vita -che è sempre più immaginativa di quanto possiamo essere noi- o la mano di Dio, quella mano che traccia misteriosamente, miracolosamente, righe dritte con le curve, ci ha portati. Tornando in Israele, anno dopo anno, impariamo a conoscere la realtà complessa di un paese del quale ignoravamo tutto, e quella delle persone che ci vivono. In parallelo anche noi si sono effettuate lenti metamorfosi, che ci hanno portato a dire “forse possiamo aiutare, renderci utili in un modo o nell’altro”.
Padre Louis-Marie Coudray ci ha indirizzato alla Custodia per primo, dove padre Stéphane aveva bisogno di restauri urgenti per il Santo Sepolcro. Ci siamo incontrati nel gennaio 2023 e, dopo un viaggio di quattro mesi in India, siamo tornati a Gerusalemme per un primo volontariato nell’aprile dello stesso anno. Poi siamo tornati di nuovo tra settembre e ottobre 2023.
Prima volta ad Ein Karem, cosa state restaurando?
Di solito lavoriamo nei laboratori di restauro della Custodia in immersione totale della Gerusalemme storica. Questa volta invece ad Ein Karem Karen, nel convento francescano di San Giovanni Battista, ci stiamo occupando del restauro delle statue di San Giovanni, Santa Elisabetta e Zaccaria.
Ogni restauro è ricco di scoperte, imprevisti, problematiche, difficoltà tecniche, che richiedono per essere risolti anche una certa dose di creatività. Anche i materiali sono una sfida:la maggior parte di essi e dei solventi specifici a restauro sono improbabili, se non vietati dal commercio. Di ritorno in Italia ormai mi premunisco portando una valigia colma di materiali, gesso di Bologna, bolo, colla di pelle di coniglio, fiele di bue…
Cosa rende differente il lavoro e la vita tra Gerusalemme ed Ein Karem?
Siamo grati della possibilità che ci è stata data di sperimentare questo luogo suggestivo. Il fatto di essere accolti in un monastero ci permette di condividere un po’ del quotidiano della comunità francescana. Il posto piace molto anche a Denis: è immerso nella natura, tranquillo, e ogni giorno si scopre qualcosa di diverso. Nonostante ciò, sono molto legata a Gerusalemme e mi manca come città, anche se noi di solito viviamo nella natura, in Francia, lontani dalla città, in modo quasi “eremitico”.
Ma qui, quando arrivo a Gerusalemme, respiro: mi sembra di tornare a casa. È una sensazione strana che va al di là del lavoro… l’ambiente è diverso. Il Santo Sepolcro, il mercato, tutto il quartiere: mi sento veramente a casa qui. Mi manca un po’, devo essere sincera. Però Ein Karem è bella: c’è respiro, c’è natura. Per noi queste due esperienze sono complementari, non contraddittorie. L’ideale, adesso, sarebbe fare un mese a Ein Karem e un mese a Gerusalemme
Cosa può insegnare questo mestiere oggi ad una società sempre di corsa e poco propensa alla pazienza?
Le nuove generazioni di restauratori imparano un po’ di tutto, ma spesso stanno più dietro al computer che a contatto con la materia. Abbiamo l’impressione che la tecnologia ci stia rendendo più disconnessi, ma arte, contemplazione e contatto reale con le cose restano fondamentali.
Ultima domanda, la sfida o soddisfazione più grande del vostro lavoro per voi qual è?
Questo per noi non è proprio un lavoro, ma una missione temporanea e nella quale, per fortuna, possiamo comunque utilizzare al meglio la mia formazione di restauratrice.
Sicuramente la soddisfazione la proviamo nel vedere, piano piano, tornare l’armonia originale della statua; è sempre una soddisfazione enorme, come ridarle vita. Con la Mater Dolorosa che abbiamo restaurato per il Santo Sepolcro poi è stato ulteriormente diverso, perché senti tutta la responsabilità e la forza devozionale che queste opere hanno per le persone: non è solo materia da restaurare, c’è anche una dimensione umana e spirituale molto forte. Ti tocca che tu sia credente o meno, la carica spirituale e di importanza per chi ti sta intorno raggiunge tutti.



